Digisea.it: fine di una storia…

L'addio … e inizio di un’altra!
Dopo nove anni, Digisea.it non sarà più aggiornato.
Dal primo sito, costruito con frontpage e i colori brillanti del 2002, a questo diario di viaggio, sono cambiate tante cose, tante volte. Dai primi lavori, esclusivamente video e prevalentemente subacquei, quando ancora ero basato alla Marina della Lobra con il mio gommone, al ritorno alla fotografia, prima in Polinesia, poi a Scilla, e a Sarajevo.
L’ambizione di “Digisea” era quella di aggregare una squadra, e di usare insieme i nuovi media per sfruttare le possibilità del digitale e del web.
Gli obiettivi, come spesso succede, sono stati raggiunti solo in parte e per vie inaspettate. La squadra, anzi, le squadre, ci sono state, e insieme ci siamo divertiti e abbiamo fatto grandi cose. Nuove possibilità, inimmaginabili solo cinque o sei anni fa, ci hanno portato in direzioni che mai avremmo immaginato di prendere. Certo, mai avremmo pensato di avvistare e fotografare una galera turca dalla cima di una torre vicereale, nel XXI secolo. E quando cominciai, con lo scopo di produrre video subacquei per promuovere l’attività subacquea, non mi aspettavo che, nel giro di tre anni, avrei fotografato l’ancora dell’HMAV “Bounty”, sull’isola di Pitcairn, e intervistato i discendenti degli ammutinati.

E’ stato bello, e come tutte le cose belle, devono finire quando non ne hai ancora abbastanza.

Molte idee rimangono sospese, in attesa di tempi ed energie migliori, molti bei lavori non sono stati completati, a volte solo per la volubilità e la scarsa serietà dei committenti, ma molti progetti continueranno, e le soddisfazioni che hanno dato e daranno ripagheranno gli inevitabili vicoli ciechi che ho, che abbiamo esplorato.

La mia attività prosegue, come fotografo e videomaker indipendente, allontanandomi sempre più dalla Penisola Sorrentina, e scrivendo di più. Un’immagine può valere più di cento parole, dicono, ma poche parole a volte possono aggiungere significato e profondità alla più bella delle foto.

Grazie a tutti, particolarmente a Fulvio, insostituibile, volubile, inaffidabile, irrinunciabile, sempre disponibile e sempre allegro, e a Max, con i suoi preziosi superpoteri. E poi a tutti, in tutto il mondo, con un pensiero particolare ai Sarajlija, e l’invito a seguire sul nuovo sito le foto, i video e le storie che continuerò a raccontare.

Debiti d’onore

Born Brave Tanto tempo fa, nel 1936, un giovane ufficiale di Marina fu richiamato in guerra.
La guerra era una vergognosa, ingiustificata aggressione ad una povera nazione africana.
L’ufficiale disprezzava il governo che aveva portato il suo Paese in Guerra, ma era la sua patria, e lui aveva giurato di servirla. Lui come molti altri non sentiva quella guerra come particolarmente ingiusta, come in effetti era, perché era un figlio dei suoi tempi, e gli era stato insegnato che le Potenze Europee facevano guerre in Africa per diffondere la Civiltà. Servì con onore su navi da guerra, scortando carichi di armi e truppe che avrebbero devastato le terre d’Etiopia, in una disonorevole guerra coloniale in tempi di decolonizzazione. L’Impero Britannico veniva scosso dalla immensa forza morale di un piccolo uomo indiano, calvo, con gli occhiali e mezzo nudo, ma non si prese nemmeno la briga di vietare il passaggio di Suez alle navi degli aggressori.
Così la nave dell’ufficiale non sparò un colpo, e lui poté presto tornare alla sua già numerosa famiglia.
Ma solo per poco: quattro anni dopo, lo stesso ufficiale, di nuovo richiamato in Marina, era appena uscito da un rifugio dopo un terribile bombardamento a Tobruk, quando un’ordinanza gli porse un telegramma.
Non avrebbe voluto essere là. Per la terza volta in cinque anni, il Paese era in guerra: il regime che odiava si era alleato con i barbari nazisti, e lui aveva capito subito che sarebbe stata la distruzione del suo paese.
Ma quando lesse il telegramma, la Guerra Mondiale perse ogni importanza, perché lui era appena diventato padre per la quarta volta. Si guardò intorno, vide le devastazioni dei bombardamenti, le navi affondate nel porto, e promise mentalmente alla figlia appena nata e alla moglie che amava che sarebbe sopravvissuto.
Dopo esserci riuscito, poté capire gli orrori e le menzogne delle guerre in cui era stato coinvolto. Maledì il regime che aveva macchiato il suo orgoglio d’ufficiale, mandandolo a saccheggiare l’Etiopia e a schiacciare la democrazia in Spagna, e si sentì segretamente colpevole per il resto della sua lunga vita, immaginando che bombe e proiettili all’iprite che avevano ucciso e mutilato uomini, donne e bambini etiopici erano stati scortati dalla sua nave per un passaggio sicuro nel Mar Rosso.

Mezzo secolo e due decenni dopo, ero su un altro campo di battaglia.
La guerra era finita, ma continuava a far danni, come un proiettile vagante. Il campo di battaglia era una città talmente ricca di culture diverse che gente che non ne aveva nessuna aveva tentato di distruggerla per renderla “pulita”. E dieci anni dopo, la gente in città faceva di tutto per dimenticare. I bar e i locali notturni erano pieni, e tutti sorridevano troppo.
Solo, sulle porte dei bar strani adesivi vietavano di portare pistole dentro, e nelle discoteche I buttafuori invitavano gentilmente a lasciare “tutte le armi” al guardaroba. Nessuno sopra i dieci anni, mai, camminava su un prato. Poi, di notte, in periferia, capitava di sentire e vedere fucili d’assalto sparati in aria, e nuovi graffiti sui muri crivellati promettere nuove “pulizie”, o vendetta per quelle vecchie, e i nomi dei signori della guerra ancora in fuga bastavano a spegnere i sorrisi, e attirare strani sguardi da sconosciuti.
Sarajevo non era una città serena, molto tempo dopo la fine della guerra.
Come sempre, dopo ogni guerra, alcuni erano diventati ricchi, molto ricchi. Altri, la maggior parte, si sforzavano di non sembrare poveri, ma alcuni lo erano tanto da non tentare nemmeno di fingere.
I Rom si incontravano ovunque: nelle strade eleganti a chiedere e elemosinare, nelle periferie a vivere in baracche, e nelle zone residenziali andando da un cassonetto all’altro, spesso tirando un carrettino, in cerca di qualsiasi cosa fosse ancora usabile o vendibile.
E poi c’erano i bambini.
Bimbi piccolissimi, che piangevano o cantavano improbabili canzoni popolari, o giocavano con fisarmoniche scassate grandi quanto loro, in ginocchio sui marciapiedi, spesso sotto la pioggia, supplicavano per monetine che raramente arrivavano.Born Brave
Ero là per fotografare la vita di una città che rinasceva dopo un assedio di quattro anni. Li fotografai senza tregua, sfidando le maledizioni degli adulti che li sorvegliavano.
La leggenda vuole che i fotografi rubino l’anima dei loro soggetti, e certo mi sentivo un ladro.
Ogni volta che ho guardato quelle foto, mi sono chiesto cosa fosse stato di quei bimbi. Essere fotografati non gli ha arrecato del male, ma purtroppo neanche niente di buono.

Oggi, 75 anni dopo la storia dell’ufficiale di marina, le foto che ho scattato ai piccoli Rom a Sarajevo, e ai bimbi di strada a Istanbul, fanno parte di una mostra fotografica in una galleria d’arte a New York. Il ricavato sarà devoluto alla fondazione “Artists for Charity”, che lo userà per curare e far studiare bambini sfortunati nel loro orfanotrofio di Addis Abeba, in Etiopia.

Riposa in pace, caro vecchio capitano: tutti i debiti vengono pagati.

“Born Brave”, dal 15 al 20 Febbraio 2011, alla Ouchi Gallery, 170 Tillary Street, Suite 507, Brooklyn, New York City, NY.


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Ombre di Istanbul

Ombre di Istanbul Ci sono città che sono al centro di strane forze di attrazione. Il fascino delle emozioni che sembrano ispirare viene emanato dalle città stesse, nascoste sotto un velo di immagini che presto diventano oleografiche.
Barcellona, Napoli, Valparaìso, Istanbul: città di mare, città di storia, di arte, di dolore, di sangue: città prigioniere della loro stessa leggenda, dove le persone diventano ombre su uno sfondo che è il vero protagonista, e il fotografo stenta a mettere a fuoco sulla profondità della realtà davanti ai suoi occhi.
Non sempre è la storia o la bellezza dei monumenti o l’ospitalità degli abitanti a rendere viva una città.
E’ Istanbul, che fu Bisanzio, e Costantinopoli, e la capitale ottomana, e la vibrante città della Belle Epoque condita in orientalismo, a dare un’anima alla Storia, ai monumenti, e alle persone che vi abitano.


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Un anno avanti

Screensaver Digisea 2010 E se per la prima volta, dopo 12 anni, la cartolina di Natale non è partita, non è per mancanza di idee.
Di fronte ad una festa sempre più diluita e pacchiana, sempre più vuota, l’unica ispirazione è quella di vivere un Natale intimo, riservato a familiari ed amici personali, e riempirlo di nuovi contenuti di serenità e pace domestica.
Ma il nuovo anno è e resta un momento di bilancio e di programmi, una pietra miliare su una strada sempre più interessante.
Dopo un 2010 senza respiro, difficile e frenetico, ci vorrebbe una pausa di riflessione e di riposo, dovrebbe essere difficile trovare nuovi stimoli, nuove energie.
Ma una volta assaggiato “il sapore del sangue”, non si può più smettere: come al solito, le strade percorse generano nuovi itinerari, che si dipanano in un inestricabile labirinto steso avanti a noi, che vuole essere percorso. Si dovrebbe solo scegliere una di queste strade.
Ma c’è un’unica scelta possibile: percorrerle tutte…
Il 2011 è lì davanti a noi: prendiamolo!
Buon anno!


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“Specchio nel Deserto”: i Sahrawi e Sorrento

Fabrizia Ramondino con Abdeslam Omar Lehsen Un fotografo è un testimone.
Le proprie opinioni, e le proprie impressioni, devono passare in secondo piano rispetto ai fatti che racconta, ed essere espresse solo attraverso le proprie immagini. E attraverso le mie immagini cerco di raccontare storie di gente comune, di tradizioni, di memorie antiche e suggestioni artistiche.
Però arrivano dei momenti, come è già successo altre volte, quando l’emozione o la vergogna erano troppo grandi, momenti in cui non si può e non si deve tacere.
“Nessun uomo è un’isola: non chiedere mai per chi suona la campana”, diceva John Donne.
Abbiamo assistito davanti alla televisione a genocidi e guerre, con l’inquietudine di chi sa che devono esserci persone vere dietro le immagini, e la rassicurante rassegnazione di chi sa di non poter cambiare il mondo. Ho incontrato persone che avevano vissuto quelle tragedie come parte della loro vita, e ho tentato di capire cosa potessero insegnare quelle esperienze. Ma ho cercato di raccontare solo quello che avevo visto e sentito dai racconti dei protagonisti.
E poi, succede qualcosa così vicino, così incredibile, che non ci si può più limitare a testimoniare.
In un mondo dove i governi barattano i “diritti umani” con la ragione di stato, la solidarietà della gente comune e delle piccole comunità è sempre stata una consolazione. L’unico vero diritto, quello di vivere con la dignità di un essere umano, viene riconosciuto più facilmente quando le persone non si nascondono dietro bandiere o divise, ma possono guardarsi negli occhi.
La tragedia del popolo Sahrawi, nata dal colonialismo, perpetrata dall’ultima dittatura fascista europea e da un monarca assoluto, alimentata dai veti della Nazione che ha regalato al mondo l’idea stessa dei Diritti dell’Uomo, è minimizzata o ignorata dai governi nazionali in nome di convenienze o alleanze tra Stati. Ma a livello locale, di individui, associazioni, di piccole o grandi città, ha dato vita ad una gara di solidarietà e simpatia. Ne è nata una comunità virtuale, una piccola “ONU” degli individui, dove al popolo Sahrawi, diviso da un muro in due comunità, una confinata nel deserto e umiliata dalla condizione di profughi, un’altra oppressa e colonizzata nella sua terra, viene invece riconosciuta la dignità e la ricchezza della sua cultura, della sua lingua, dove i suoi bambini vengono ospitati e istruiti nei paesi amici, tra le mille difficoltà frapposte dal cinismo delle burocrazie degli Stati nazionali. Centinaia e centinaia di Comuni italiani si sono gemellati con i campi profughi dei Sahrawi, e utilizzano le facilitazioni dei paesi gemellati nei movimenti degli aiuti e degli scambi culturali, tenendo vive le persone, la loro lingua, la loro letteratura, la loro arte: la loro stessa esistenza, negata dalla “ragion di stato”. L’Europa delle persone, l’Europa delle città, si è rispecchiata in un popolo che vive l’esilio e la colonizzazione.
E i Sahrawi del deserto, chiamando ciascuno dei loro campi con il nome di una città occupata, si sono rispecchiati nell’altra metà del loro popolo e nel proprio desiderio di libertà.
Un piccolo, felice comune italiano, invece, si è gemellato con l’invasore. Il Comune di Sorrento si è rispecchiato non nel campo profughi Sahrawi di El Aayùn, ma con l’amministrazione dei coloni marocchini della città occupata di Laayoune.
L’ONU, la Corte Internazionale dell’Aja, l’Unione Europea e anche l’Italia hanno proclamato il diritto dei Sahrawi all’autodeterminazione. Il comune di Sorrento, unica entità politica al mondo, ha riconosciuto la sovranità di un Paese su un territorio che l’ONU definisce “non autogovernato”, cioè colonizzato.
Se il gesto fosse stato di un governo nazionale, in nome di una ragion di stato vaga e intangibile, sarebbe stato meno enorme. Invece, il gesto di un piccolo comune, il granello di sabbia nell’ingranaggio, il battito di ali di farfalla che dall’altra parte del mondo scatena una tempesta, pesa come un macigno.
La gente di “Sorrento”, anche quella che non vota per il consiglio comunale di Sorrento, ma vive in Penisola Sorrentina, non può stare ferma e guardare come va a finire. Deve decidere se vuole rispecchiarsi nelle vittime, e offrire solidarietà, o negli invasori, e offrire complicità. Non c’è spazio per compromessi quando si parla di diritti umani e legalità internazionale: la soluzione è pronta, indicata dall’ONU, che ha una missione (che comprende militari italiani) sul posto per farla rispettare, e non tocca a noi risolvere problemi di Diritto Internazionale e geopolitica.
Però, nel frattempo, le persone comuni possono aiutare le altre persone comuni che vivono nel deserto, e imparare da loro a salvare la dignità umiliata dalle azioni dei governanti.
“Il Colibrì” organizzerà alcune serate di informazione sulla situazione nel Sahara Occidentale, per raccogliere aiuti da inviare ai campi profughi Sahrawi a nome della gente comune di Sorrento e della Penisola Sorrentina. Una bella occasione per dimostrare che la sensibilità delle persone è maggiore di quella delle istituzioni.

Nella foto: Fabrizia Ramondino, durante un’iniziativa pro-sahrawi alla Galleria Toledo di Napoli con Abdeslam Omar Lehsen, responsabile dell’associazione dei familiari e vittime sahrawi della violazione dei diritti dell’uomo.


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L’arte della terra nella Silva Gallinaria

Il richiamo Alle spalle dell’antica Cuma, lungo il mare e a nord fino al Volturno, una foresta impenetrabile bloccava la strada.
La Silva Gallinaria, terrore dei viandanti che vi si sperdevano, era una lecceta, cresciuta in riva al mare da tempi immemorabili.
I primi coloni greci si guardarono bene dal penetrarvi, quando fondarono Cuma, che fu protetta dalla selva alle sue spalle come da un esercito inamovibile.
I Romani, costruttori di strade, dovettero girarle intorno, e fino all’epoca imperiale i mercanti che vi erano costretti raccontavano di banditi spietati, creature primordiali, ninfe e fauni che vi abitavano.
Solo la brutale concretezza della guerra e delle sue necessità ebbe ragione della Selva.
I lecci secolari furono tagliati uno ad uno per costruire le navi della flotta di Pompeo, prima, e della flotta imperiale di Miseno poi. Le greggi impedirono agli alberi di ricrescere, e la via Domiziana attraversò quella che era la Selva per fare di Baia, Miseno, Puteoli, la riviera della Roma Imperiale.
Ma la foresta era ridotta, non sconfitta. L’Impero Romano passò, e così i Goti, i Bizantini, i Borboni e i Nazisti. I lecci della Silva Gallinaria oscurano ancora il sole di Cuma a due passi dal mare, e la selva è diventata un’oasi di verde e di mistero che invita alla scoperta della fauna, della flora e della storia dei luoghi.
Dalla foresta che per secoli resistè alla civiltà, giunge un richiamo primordiale alla ricerca delle sensazioni della terra, gli odori del bosco, le forme della natura, le suggestioni delle ombre.
Dal 25 settembre al 30 ottobre, la Silva Gallinaria, la foresta di Cuma, prenderà le forme che gli artisti di quella che in tutto il mondo si chiama Land Art sapranno scorgervi.
E le creature che vi si nascondono da millenni assisteranno dall’ombra.


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Le prime navi

La 'nave' cicladica 5000 anni fa, un popolo di avventurieri si stabilì sulle isole del Mare Egeo che un giorno si sarebbero chiamate Cicladi, per la loro distribuzione “circolare”. Sappiamo molto poco di loro, e molto di quello che sappiamo è fonte di misteri. Sappiamo che avevano un gusto artistico straordinariamente moderno, e che questo ha provocato il saccheggio dei siti archeologici e il collezionismo selvaggio dei loro manufatti, che ha reso i misteri forse irrisolvibili per sempre.
Sappiamo che usavano dei bizzarri oggetti, le cosiddette “padelle”, ma non sappiamo a cosa gli servissero. Un contenitore circolare di terracotta, finemente decorato, che certo non era a contatto col fuoco. Sul retro, tra le decorazioni, una forma inequivocabile, anche se solo abbozzata: quella di un’imbarcazione, non ancora una nave, ma con a bordo anche 50 rematori. Gli abitanti delle Cicladi, legando insieme tavole di legno, lavorate con i primi arnesi di bronzo, o di rame, poterono costruirsi delle piroghe non più limitate dalle dimensioni, dal peso o dalla rigidità di un unico tronco d’albero: non più delle piroghe, dunque, le prime “barche” di una civiltà marittima.
Non sappiamo quasi niente di quelle imbarcazioni: pochi disegni abbozzati, testimonianze successive e una sorta di reingegnerizzazione dall’iconografia delle civiltà marittime successive, ci portano ad immaginare una struttura di tavole cucite strettamente insieme, che imbibite d’acqua raggiungono una tenuta quasi stagna, un’estremità alta sul mare con una scultura totemica o apotropaica, e un’altra che presenta quello che sembra uno sperone, più probabilmente un pattino per facilitarne l’alaggio. Ma non abbiamo idea di come tenessero il mare, se usassero remi o pagaie, nemmeno quale fosse la prua o la poppa. Esiste però un modo per scoprirlo…


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Pilar

Ilaria Patassini - Pilar

Ilaria Patassini, in arte Pilar, è bella.

E usa tutto il suo talento, la sua intelligenza e la sua evidente cultura, la sua arte, insomma, per farcelo dimenticare. Nella più realistica tradizione musicale, quella di piccoli club fumosi affollati di pubblico spesso disinteressato o refrattario, dove si sono esibiti gruppi rock destinati a diventare famosi, poeti maledetti e chanteuses francesi, Pilar incanta il suo pubblico, e lo guida alla scoperta del suo personaggio, sbarazzandosi dell’avvenenza come di un orpello di scena.

Una cantante disposta a sottoporsi al suo pubblico in confronti così intimi non può essere solo una cantante. E il concerto è un “solo” show, con l’accompagnamento della chitarra e degli “zigomi alti” di Tony Canto, le percussioni delle mani che battono sulle cosce e del filo di perle che l’avvolge come uno spirito guida, e soprattutto dei suoi testi, in Italiano e Francese, appassionati, ironici, armoniosi, che a volte trascendono in monologhi e altre si elevano in tutta la potenza della sua voce.

Uno show che è una sfida al pubblico, un’offerta generosa, altera, a volte beffarda, ma degna di un’artista che accetta di muoversi in spazi che devono essere simili a quelli che ospitarono i Beatles ad Amburgo o le intemperanze di Jim Morrison, o che risuonarono della voce di Juliette Gréco e del piano di Paolo Conte, con acustiche dubbie e luci degne del peggior Tarantino.

Pilar incanta, e come tutte le incantatrici, lascia al suo pubblico l’iniziativa di ascoltare oltre  la musica e le parole. Fotografarla, con i “click” sottovoce per non contaminare i silenzi della sua musica, è stato un privilegio…


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Aspromonte

AspromontePensare ad una terra montagnosa, abitata da genti indomabili, che hanno resistito ai più potenti eserciti della Storia, punteggiata da castelli diroccati e solcata da corsi d’acqua ricchi di vita, spinge l’immaginazione verso paesi fieri della propria eredità, ricchi di turismo e tradizioni.

Invece la Calabria, cuore della Magna Graecia, che diede all’Umanità alcune tra le sue menti più illustri , che offrì ospitalità all’esercito di Annibale braccato dai Romani, che si rivoltò contro Napoleone che qui subì la sua prima sconfitta, che pullula di prodotti enogastronomici unici al mondo, è una terra vinta.

La povertà, l’emigrazione, il clientelismo, e l’ombra onnipresente della criminalità sembrano avere spento anche la speranza. La Scozia, l’Andalusìa, l’Irlanda, la Savoia, la Sardegna, hanno lasciato al passato i ricordi di miseria e brigantaggio, e oggi vivono dell’immagine di natura selvaggia e orgogliose tradizioni che le contraddistingue.

La Calabria no, condannata a vivere in un limbo tra un passato glorioso e un futuro inesistente, nel disinteresse dei suoi stessi amministratori, complici di un auto - etnocidio che ha pochi paralleli nella Storia.

Eppure attende solo di essere scoperta.

La ricchezza gastronomica, i vigneti, il bergamotto, i cedri e le innumerevoli ricette tipiche, i paesaggi selvaggi e la natura ancora incontaminata nonostante gli infiniti attacchi, il mare, e i borghi antichi o abbandonati, le rovine delle poleis magnogreche, i musei archeologici, sono là.

Francesco Turano, giornalista, fotografo subacqueo, guida escursionistica, illustratore naturalista, studia come un erudito eclettico di  altri tempi la sua terra, e dopo aver lasciato un lavoro “prestigioso”, si dedica a tempo pieno a far conoscere le ricchezze nascoste della Calabria. In un viaggio troppo breve, ci ha offerto i sentieri dell’Aspromonte e la sua amicizia.

E ci ha fatto scoprire un nuovo confine da esplorare, prima che sia troppo tardi.

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Un compagno pazzo di tanto tempo fa…

FerdinandoRitrovare un amico dopo tanti anni è un’esperienza che suscita sentimenti contrastanti.
E’ imbarazzante guardare negli occhi una persona che forse ricorda momenti che vorremmo fossero dimenticati, e al tempo stesso è inevitabile rispecchiarsi nell’amico di un tempo, misurare i cambiamenti e, magari, scoprire con soddisfazione che abbiamo ancora più capelli di lui, oppure scoprire che ha sposato la ragazza con cui sperava di uscire l’ultima volta che lo abbiamo visto.
A me è capitato, cercando su Google un losco agente segreto, di ritrovare un caro amico, altrettanto losco, chiamato Ferdinando.
Dopo quasi vent’anni (oddio, è già scioccante scoprire che siamo arrivati al tempo in cui si può dire “vent’anni dopo…”), ha sempre meno capelli di me, ha sposato la ragazza con cui sperava di uscire l’ultima volta che ci siamo visti, ha finalmente scoperto, grazie a Frank Miller, cosa sia accaduto alle Termopili. E oltre a gestire un interessante blog di cultura cinematografica, ha scritto un romanzo, ed è autore e regista di cortometraggi e web series.

La cosa davvero incredibile, però, è che, come per i super eroi dei fumetti, tutto questo faccia parte della sua identità nascosta.

Nella cosiddetta vita “di tutti i giorni”,  il mio amico Ferdinando, che con mio stupore si è anche laureato in ingegneria, è un fedele impiegato di una multinazionale, lavora ad una scrivania, con un pc e le foto della famiglia, i disegni dei suoi bimbi, e sicuramente un cactus. E cosa ancora più straordinaria, ha degli incredibili colleghi di ufficio, che non solo si prestano a fargli da cast, ma mettono le loro notevoli menti al servizio delle creazioni artistiche del “regista”.

E in un gioco kafkiano, come un mediocre impiegato delle assicurazioni di Praga che diventa di notte uno dei più grandi scrittori del Novecento, si scopre che la mediocrità delle creazioni dell’improbabile, fantozziano cast è in realtà solo un difetto dovuto alla carenza di tempo e di concentrazione, sacrificati alla routine impiegatizia necessaria a pagare i mutui offerti generosamente dal datore di lavoro e la macchina con cui andare e tornare dall’ufficio.

E diventa inevitabile chiedersi quali creatività vengano compresse e schiacciate dalle routine degli innumerevoli uffici brevetti, sacrificate alla serenità familiare nelle ore libere, annichilite dai mal di testa da pendolari, e quanti capolavori possa mai produrre questo tempo di drastico appiattimento.

Intanto come nei classici film che amava tanto, Ferdinando è riuscito subito ad approfittare dell’amico ritrovato. E i suoi cortometraggi, prima che io fossi riuscito a capire come, venivano girati con le videocamere DIGISEA….

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Streephers.com

Piero Castellano su StreephersSi può imparare ad essere un fotografo di moda, studiare la fotografia still life o di architettura, e seguire corsi di fotografia naturalistica, imparando molto su macro e paesaggi.

La tecnica fotografica è stata la base della professione per molti grandi dell’Era della Pellicola, che ancora oggi potrebbero dare lezioni al migliore dei fotografi digitali.

Ma essere uno Street Photographer, uno “streepher”, è qualcosa che non si impara se non seguendo l’istinto più viscerale, e l’esperienza di strada, con tutti i rischi, le difficoltà e la soddisfazione di condensare nell’attimo dello scatto intere storie di vita, è l’unica che permette di crescere.

Essere ammesso con una selezione di foto in un gruppo di fotografi di livello così elevato è un onore, uno stimolo e una sfida a continuare a migliorare sempre, e a cercare di mostrare l’umanità intera in un frammento di specchio.
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Riti di Pasqua

Pasqua 2010 La Pasqua cristiana è un momento di riflessione e penitenza, che culmina nella catarsi della Resurrezione, il punto centrale della teologia cristiana. Il dio fatto uomo soffre e muore, identificandosi con l’Umanità dolente, ma grazie alla fede e all’intercessione divina offre la propria resurrezione dalla Morte come speranza e metafora di salvezza eterna.
Un momento di religiosità così alto, vissuto per due millenni da popoli diversi nella stessa fede, ha dato origine ai più svariati riti popolari. La maggior parte di essi è incentrata sì sulla penitenza e il dolore per la condanna di un innocente, ma soprattutto sulla gioia della salvezza, della vittoria della giustizia divina sull’iniquità di quella terrena. Angeli trionfanti, feste di primavera, uova decorate e altri simboli di fertilità, fiori e dolci rituali arricchiscono la simbologia del “Passaggio” da un mondo tetro, invernale, senza speranza, alla realtà della salvezza, della primavera più feconda, dell’abbondanza terrena e spirituale.
E invece, da noi, nella Campania che era Spagna durante la Controriforma, il momento culminante, il rituale identificato per eccellenza con la Settimana Santa, non è quello della salvezza, della gioia, ma quello della morte del dio perseguitato.
Le famose processioni degli incappucciati organizzate dalle confraternite di solidarietà sociale, sono sontuosi, dolenti funerali che coinvolgono intere comunità. Il grido scandalizzato di zie “bizzòche” e casalinghe devote, quando un familiare tentava di assaggiare una pastiera, l’immancabile dolce pasquale che “deve riposare tre giorni”, si fa il Giovedì Santo e non si mangia prima della Domenica di Pasqua, era sempre “‘O lluttto!!”, “Ricordatevi che siamo in lutto, fino a Pasqua!”.
E allora riaffiora l’eterno sincretismo dei popoli mediterranei, del culto dei morti e del dio che scende agli Inferi per salvare i mortali. Qui la visione della Pasqua non è quella della Resurrezione, la sconfitta della Morte, ma al contrario, l’accettazione di quest’ultima da parte del dio che si rende uguale agli uomini e merita quindi un funerale adeguato, e il lutto che ne segue. L’intercessione affidata ai defunti, o al più ai santi, mortali che hanno accesso privilegiato al divino, ora è possibile anche con il Salvatore, diventato parte del culto dei morti. E il fatto che la Pasqua, tre giorni dopo, festeggi la Resurrezione, va celebrato come tutte le feste sacre e profane, dai tempi di Omero: con un solenne banchetto, che si concluda con la famosa pastiera. Finalmente.

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Una foto del corallo per la conferenza CITES

La foto del corallo sul sito del WWF

Una mia foto del corallo rosso (Corallium rubrum)è stata scelta dal WWF International (ben diverso dalla sua diramazione italiana) per illustrare la sua pagina sulla conferenza CITES del 13 -25 Marzo in Qatar.
La CITES è la convenzione internazionale che regola la protezione o il commercio di specie protette o in pericolo.
E’ scioccante vedere che due specie così legate alla storia sociale ed economica del nostro Mediterraneo siano incluse nell’elenco, ed è deprimente il dibattito che ne segue.
Il tonno e il corallo, e il loro millenario, faticosissimo sfruttamento sono stati l’icona della cultura del mare, fatta di rischi mortali, sacrifici inenarrabili premiati dalla prosperità (mai la ricchezza) di intere comunità. Le tonnare sarde e siciliane (e campane, calabresi) e le comunità di raccolta del corallo che facevano capo a Torre del Greco (a volte come vere e proprie “colonie”, nel senso greco o fenicio del termine) hanno contribuito a plasmare il Mediterraneo non meno delle guerre o dei movimenti tettonici.
E oggi, in una sola generazione, in cui i moderni mezzi di sfruttamento potevano assicurare il futuro ad uno stile di vita tradizionale, abbiamo saccheggiato senza ritegno risorse che erano inesauribili, e relegato nell’elenco dei tesori rari e minacciati i nostri stessi simboli di industriosità.
Questa foto del corallo ha una storia, una di quelle storie che non vengono scritte perchè troppo incredibili. Fu scattata a -62 metri, a Ischia, in compagnia di Francesco Germi, grazie alla barca di Roberto Sforza, ai consigli di Bruno Iacono, allo scalmo prestato da un pescatore, e soprattutto a Luca, che poco dopo perse una battaglia per la vita, per vincerne una più grande. Questa foto, con la speranza per il tonno e il corallo, e il futuro del nostro mare, è dedicata a lui.


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L’Anno della Tigre

L'anno della Tigre Un giorno come gli altri, un anno come gli altri, ma uno spartiacque per metà del mondo: il 14 febbraio 2010 mezzo mondo festeggia l’amore romantico in nome di “San Valentino” (tranne Sorrento che festeggia il suo santo patrono, Sant’Antonino), e l’altra metà del mondo entra in un nuovo anno: il 2010 è l’anno della Tigre, secondo lo zodiaco definito (superficialmente) “cinese”, che è invece comune a quasi tutta l’Asia orientale influenzata dalla cultura Han, dal Vietnam alla Corea, dalla Cina (ovvero ovunque ci siano cinesi, Taiwan, Singapore, Hong Kong, Filippine, Malaysia e le infinite “little Chinas” sparse per il mondo) alla Mongolia, ai regni himalayani.
La Tigre è uno dei cicli di 12 anni che compongono lo Zodiaco cinese, secondo il calendario agricolo basato sull’osservazione dei cicli lunari. Ogni anno è associato ad uno dei cinque elementi, metallo, acqua, legno fuoco, terra: il 2010, anno della Tigre, è associato al Metallo. La Tigre è un simbolo di forza, di positività e fiducia in sé stessi, di sicurezza dei propri mezzi, che rischia ad ogni passo di sfociare nella superbia che porta alla caduta. Ma in momenti difficili, la forza della Tigre aiuterà a prendere decisioni difficili e coraggiose, che possano trasformare ogni crisi in un’opportunità di rinascita e successo.
Buon anno della tigre! :o)


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Memoria?

Bosanska Krajina Il 27 gennaio è il giorno della “memoria”. Quale?
Chi ricorda? Cosa?
La generazione che assisté all’orrore ne fu segnata, indelebilmente, ma il sentimento dominante non fu il disgusto, la repulsione, o l’odio.
Fu la vergogna.
La consapevolezza di aver lasciato, anche in minima parte, anche nella totale impotenza di persone comuni, anche nei piccoli gesti eroici che salvarono vicini o sconosciuti, che accadesse una vergogna che macchiò indelebilmente l’intero genere umano.
I tedeschi che videro una minoranza forsennata impossessarsi del loro nome e del loro paese, e poi dell’Europa, prima aggrappandosi alla speranza sempre più esile che prima o poi si sarebbero fermati, e poi abdicando alle ragioni dei nuovi padroni, “è per il bene superiore”, “qualcosa devono pur aver fatto”, si accontentarono che non toccasse a loro, dei piccoli vantaggi, delle parate luccicanti, delle versioni ufficiali.
E oggi che le insegne dei lager vengono rubate o esibite come souvenir, che continui pogrom e “notti dei cristalli” (che nome epico da dare ad una notte di furti e rapine organizzate da bande di strada!) macchiano per sempre quello che era un paese di emigranti, e anche nei suoi momenti più oscuri non perse l’umanità, le scolaresche vanno in gita nei campi della vergogna, le bustine di zucchero riportano barzellette, e gli Streicher nostrani avvelenano gli animi, e si affannano a trovare giustificazioni moraliste per chi semina odio e fomenta l’ignavia. Non resta molto per superare la barriera del tempo e della storiografia.
Ma chi voglia farlo, può percorrere la strada che da Bosanski Brod porta a Banja Luka.
Un giorno, dopo anni di “innocua” e ridicola propaganda televisiva, una minoranza invasata si è appropriata del nome di una cultura e di un popolo minacciato nella sua identità, ha usato ferite ancora aperte per giustificare quelli che erano i vicini invidiosi, i dipendenti scontenti, i padroni di casa antipatici, li ha armati, e li ha invitati a sterminare, stuprare, uccidere, espellere quelli che non gli piacevano perché di una “razza” diversa, e quindi ostile.
Le case degli sconfitti sono ancora lì, saccheggiate, smontate, marchiate e poi bruciate, e i campi incolti, ancora seminati di mine.
La Giornata della Memoria non mi fa pensare ai campi, agli stabilimenti industriali della degradazione e dello sterminio che ne furono l’ultima fase. Mi fa pensare all’inizio, a quando nessuno di quelli che si chiudevano dentro e si tappavano le orecchie avrebbe potuto immaginare fin dove si sarebbe arrivati. E che è successo ancora, e che riconoscere i sintomi debba servire a non farlo accadere mai più.

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Un altro anno: screensaver 2009

Immagini dallo screensaver DIGISEA 2009 Questo 2009 è stato un anno intenso e interlocutorio, difficile ed entusiasmante. Tra un passaggio ed una festa, abbiamo continuato a seguire storie di barche e di presepi, ricordato vecchi racconti e scoperto nuovi misteri , ascoltato grida d’aiuto e canti tradizionali, scoperto la storia di relitti recenti e navi antiche. Cercando il significato di antiche rovine e di moderne passioni, abbiamo avuto soddisfazioni inaspettate da altri cercatori di storie e da custodi della Storia. Ci siamo affacciati ad altre finestre e trovato nuovi modi di presentarci, e ancora una volta guardiamo al passato per trovare la strada verso un futuro migliore.

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Storie di presepi

Storie di presepiIl Natale è una festa così radicata nell’immaginario di ognuno, da ispirare una vera e propria mitologia. E’ forse la prima festa che si impara a celebrare da bambini, prima e più del compleanno, accompagnata da rituali luccicanti e immutabili, e da misteri che i più piccoli, come non iniziati, non possono comprendere. L’uomo del presepe, il capofamiglia o lo zio abile che inventa soluzioni per la città in miniatura, ha un fascino che continua a colpire anche dopo che i “misteri” del natale si rivelano posticci. La tradizione del Presepe Napoletano, poi, col suo retaggio di Sovrani mai dimenticati e presepi degni del palazzo di un re, affascina da secoli senza perdere vigore, anzi, attraendo sempre più interesse con la riscoperta delle radici.
La figura di un moderno Maestro di arte presepiale è al centro di Storie in video, immagini e un racconto.

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… e buon Natale a tutti!

Buon Natale!

… e se la celebrazione dell’allegria compulsiva serve a restare in contatto con i vecchi amici, a rinsaldare le amicizie, a salutare i parenti e rendere felici i bambini, allora anche questo Natale avrà avuto il suo significato. Auguri a tutti!

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“… lo scopo non è trovare soggetti diversi, ma trovare soggetti che rendano diverso il fotografo…”

COSA facciamo
Un riassunto di quello che abbiamo fatto o che ci piace fare: temi e obiettivi delle nostre storie, foto o video.

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“… con un piccolo aiuto dai miei amici…”

CHI siamo
… e gli amici che compongono DIGISEA. Quelli che hanno partecipato a vere e proprie avventure, quelli che hanno seguito lealmente ogni lavoro e ogni difficoltà, chi ha lavorato e chi si è divertito: la prossima volta sarà ancora meglio!

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