Le prime navi

La 'nave' cicladica 5000 anni fa, un popolo di avventurieri si stabilì sulle isole del Mare Egeo che un giorno si sarebbero chiamate Cicladi, per la loro distribuzione “circolare”. Sappiamo molto poco di loro, e molto di quello che sappiamo è fonte di misteri. Sappiamo che avevano un gusto artistico straordinariamente moderno, e che questo ha provocato il saccheggio dei siti archeologici e il collezionismo selvaggio dei loro manufatti, che ha reso i misteri forse irrisolvibili per sempre.
Sappiamo che usavano dei bizzarri oggetti, le cosiddette “padelle”, ma non sappiamo a cosa gli servissero. Un contenitore circolare di terracotta, finemente decorato, che certo non era a contatto col fuoco. Sul retro, tra le decorazioni, una forma inequivocabile, anche se solo abbozzata: quella di un’imbarcazione, non ancora una nave, ma con a bordo anche 50 rematori. Gli abitanti delle Cicladi, legando insieme tavole di legno, lavorate con i primi arnesi di bronzo, o di rame, poterono costruirsi delle piroghe non più limitate dalle dimensioni, dal peso o dalla rigidità di un unico tronco d’albero: non più delle piroghe, dunque, le prime “barche” di una civiltà marittima.
Non sappiamo quasi niente di quelle imbarcazioni: pochi disegni abbozzati, testimonianze successive e una sorta di reingegnerizzazione dall’iconografia delle civiltà marittime successive, ci portano ad immaginare una struttura di tavole cucite strettamente insieme, che imbibite d’acqua raggiungono una tenuta quasi stagna, un’estremità alta sul mare con una scultura totemica o apotropaica, e un’altra che presenta quello che sembra uno sperone, più probabilmente un pattino per facilitarne l’alaggio. Ma non abbiamo idea di come tenessero il mare, se usassero remi o pagaie, nemmeno quale fosse la prua o la poppa. Esiste però un modo per scoprirlo…


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Pilar

Ilaria Patassini - Pilar

Ilaria Patassini, in arte Pilar, è bella.

E usa tutto il suo talento, la sua intelligenza e la sua evidente cultura, la sua arte, insomma, per farcelo dimenticare. Nella più realistica tradizione musicale, quella di piccoli club fumosi affollati di pubblico spesso disinteressato o refrattario, dove si sono esibiti gruppi rock destinati a diventare famosi, poeti maledetti e chanteuses francesi, Pilar incanta il suo pubblico, e lo guida alla scoperta del suo personaggio, sbarazzandosi dell’avvenenza come di un orpello di scena.

Una cantante disposta a sottoporsi al suo pubblico in confronti così intimi non può essere solo una cantante. E il concerto è un “solo” show, con l’accompagnamento della chitarra e degli “zigomi alti” di Tony Canto, le percussioni delle mani che battono sulle cosce e del filo di perle che l’avvolge come uno spirito guida, e soprattutto dei suoi testi, in Italiano e Francese, appassionati, ironici, armoniosi, che a volte trascendono in monologhi e altre si elevano in tutta la potenza della sua voce.

Uno show che è una sfida al pubblico, un’offerta generosa, altera, a volte beffarda, ma degna di un’artista che accetta di muoversi in spazi che devono essere simili a quelli che ospitarono i Beatles ad Amburgo o le intemperanze di Jim Morrison, o che risuonarono della voce di Juliette Gréco e del piano di Paolo Conte, con acustiche dubbie e luci degne del peggior Tarantino.

Pilar incanta, e come tutte le incantatrici, lascia al suo pubblico l’iniziativa di ascoltare oltre  la musica e le parole. Fotografarla, con i “click” sottovoce per non contaminare i silenzi della sua musica, è stato un privilegio…


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Aspromonte

AspromontePensare ad una terra montagnosa, abitata da genti indomabili, che hanno resistito ai più potenti eserciti della Storia, punteggiata da castelli diroccati e solcata da corsi d’acqua ricchi di vita, spinge l’immaginazione verso paesi fieri della propria eredità, ricchi di turismo e tradizioni.

Invece la Calabria, cuore della Magna Graecia, che diede all’Umanità alcune tra le sue menti più illustri , che offrì ospitalità all’esercito di Annibale braccato dai Romani, che si rivoltò contro Napoleone che qui subì la sua prima sconfitta, che pullula di prodotti enogastronomici unici al mondo, è una terra sconfitta.

La povertà, l’emigrazione, il clientelismo, e l’ombra onnipresente della criminalità sembrano avere spento anche la speranza. La Scozia, l’Andalusìa, l’Irlanda, la Savoia, la Sardegna, hanno lasciato al passato i ricordi di miseria e brigantaggio, e oggi vivono dell’immagine di natura selvaggia e orgogliose tradizioni che le contraddistingue.

La Calabria no, condannata a vivere in un limbo tra un passato glorioso e un futuro inesistente, nel disinteresse dei suoi stessi amministratori, complici di un auto - etnocidio che ha pochi paralleli nella Storia.

Eppure attende solo di essere scoperta.

La ricchezza gastronomica, i vigneti, il bergamotto, i cedri e le innumerevoli ricette tipiche, i paesaggi selvaggi e la natura ancora incontaminata nonostante gli infiniti attacchi, il mare, e i borghi antichi o abbandonati, le rovine delle poleis magnogreche, i musei archeologici, sono là.

Francesco Turano, giornalista, fotografo subacqueo, guida escursionistica, illustratore naturalista, studia come un erudito eclettico di  altri tempi la sua terra, e dopo aver lasciato un lavoro “prestigioso”, si dedica a tempo pieno a far conoscere le ricchezze nascoste della Calabria. In un viaggio troppo breve, ci ha offerto i sentieri dell’Aspromonte e la sua amicizia.

E ci ha fatto scoprire un nuovo confine da esplorare, prima che sia troppo tardi.

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Un compagno pazzo di tanto tempo fa…

FerdinandoRitrovare un amico dopo tanti anni è un’esperienza che suscita sentimenti contrastanti.
E’ imbarazzante guardare negli occhi una persona che forse ricorda momenti che vorremmo fossero dimenticati, e al tempo stesso è inevitabile rispecchiarsi nell’amico di un tempo, misurare i cambiamenti e, magari, scoprire con soddisfazione che abbiamo ancora più capelli di lui, oppure scoprire che ha sposato la ragazza con cui sperava di uscire l’ultima volta che lo abbiamo visto.
A me è capitato, cercando su Google un losco agente segreto, di ritrovare un caro amico, altrettanto losco, chiamato Ferdinando.
Dopo quasi vent’anni (oddio, è già scioccante scoprire che siamo arrivati al tempo in cui si può dire “vent’anni dopo…”), ha sempre meno capelli di me, ha sposato la ragazza con cui sperava di uscire l’ultima volta che ci siamo visti, ha finalmente scoperto, grazie a Frank Miller, cosa sia accaduto alle Termopili. E oltre a gestire un interessante blog di cultura cinematografica, ha scritto un romanzo, ed è autore e regista di cortometraggi e web series.

La cosa davvero incredibile, però, è che, come per i super eroi dei fumetti, tutto questo faccia parte della sua identità nascosta.

Nella cosiddetta vita “di tutti i giorni”,  il mio amico Ferdinando, che con mio stupore si è anche laureato in ingegneria, è un fedele impiegato di una multinazionale, lavora ad una scrivania, con un pc e le foto della famiglia, i disegni dei suoi bimbi, e sicuramente un cactus. E cosa ancora più straordinaria, ha degli incredibili colleghi di ufficio, che non solo si prestano a fargli da cast, ma mettono le loro notevoli menti al servizio delle creazioni artistiche del “regista”.

E in un gioco kafkiano, come un mediocre impiegato delle assicurazioni di Praga che diventa di notte uno dei più grandi scrittori del Novecento, si scopre che la mediocrità delle creazioni dell’improbabile, fantozziano cast è in realtà solo un difetto dovuto alla carenza di tempo e di concentrazione, sacrificati alla routine impiegatizia necessaria a pagare i mutui offerti generosamente dal datore di lavoro e la macchina con cui andare e tornare dall’ufficio.

E diventa inevitabile chiedersi quali creatività vengano compresse e schiacciate dalle routine degli innumerevoli uffici brevetti, sacrificate alla serenità familiare nelle ore libere, annichilite dai mal di testa da pendolari, e quanti capolavori possa mai produrre questo tempo di drastico appiattimento.

Intanto come nei classici film che amava tanto, Ferdinando è riuscito subito ad approfittare dell’amico ritrovato. E i suoi cortometraggi, prima che io fossi riuscito a capire come, venivano girati con le videocamere DIGISEA….

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Streephers.com

Piero Castellano su StreephersSi può imparare ad essere un fotografo di moda, studiare la fotografia still life o di architettura, e seguire corsi di fotografia naturalistica, imparando molto su macro e paesaggi.

La tecnica fotografica è stata la base della professione per molti grandi dell’Era della Pellicola, che ancora oggi potrebbero dare lezioni al migliore dei fotografi digitali.

Ma essere uno Street Photographer, uno “streepher”, è qualcosa che non si impara se non seguendo l’istinto più viscerale, e l’esperienza di strada, con tutti i rischi, le difficoltà e la soddisfazione di condensare nell’attimo dello scatto intere storie di vita, è l’unica che permette di crescere.

Essere ammesso con una selezione di foto in un gruppo di fotografi di livello così elevato è un onore, uno stimolo e una sfida a continuare a migliorare sempre, e a cercare di mostrare l’umanità intera in un frammento di specchio.
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Riti di Pasqua

Pasqua 2010 La Pasqua cristiana è un momento di riflessione e penitenza, che culmina nella catarsi della Resurrezione, il punto centrale della teologia cristiana. Il dio fatto uomo soffre e muore, identificandosi con l’Umanità dolente, ma grazie alla fede e all’intercessione divina offre la propria resurrezione dalla Morte come speranza e metafora di salvezza eterna.
Un momento di religiosità così alto, vissuto per due millenni da popoli diversi nella stessa fede, ha dato origine ai più svariati riti popolari. La maggior parte di essi è incentrata sì sulla penitenza e il dolore per la condanna di un innocente, ma soprattutto sulla gioia della salvezza, della vittoria della giustizia divina sull’iniquità di quella terrena. Angeli trionfanti, feste di primavera, uova decorate e altri simboli di fertilità, fiori e dolci rituali arricchiscono la simbologia del “Passaggio” da un mondo tetro, invernale, senza speranza, alla realtà della salvezza, della primavera più feconda, dell’abbondanza terrena e spirituale.
E invece, da noi, nella Campania che era Spagna durante la Controriforma, il momento culminante, il rituale identificato per eccellenza con la Settimana Santa, non è quello della salvezza, della gioia, ma quello della morte del dio perseguitato.
Le famose processioni degli incappucciati organizzate dalle confraternite di solidarietà sociale, sono sontuosi, dolenti funerali che coinvolgono intere comunità. Il grido scandalizzato di zie “bizzòche” e casalinghe devote, quando un familiare tentava di assaggiare una pastiera, l’immancabile dolce pasquale che “deve riposare tre giorni”, si fa il Giovedì Santo e non si mangia prima della Domenica di Pasqua, era sempre “‘O lluttto!!”, “Ricordatevi che siamo in lutto, fino a Pasqua!”.
E allora riaffiora l’eterno sincretismo dei popoli mediterranei, del culto dei morti e del dio che scende agli Inferi per salvare i mortali. Qui la visione della Pasqua non è quella della Resurrezione, la sconfitta della Morte, ma al contrario, l’accettazione di quest’ultima da parte del dio che si rende uguale agli uomini e merita quindi un funerale adeguato, e il lutto che ne segue. L’intercessione affidata ai defunti, o al più ai santi, mortali che hanno accesso privilegiato al divino, ora è possibile anche con il Salvatore, diventato parte del culto dei morti. E il fatto che la Pasqua, tre giorni dopo, festeggi la Resurrezione, va celebrato come tutte le feste sacre e profane, dai tempi di Omero: con un solenne banchetto, che si concluda con la famosa pastiera. Finalmente.

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Una foto del corallo per la conferenza CITES

La foto del corallo sul sito del WWF

Una mia foto del corallo rosso (Corallium rubrum)è stata scelta dal WWF International (ben diverso dalla sua diramazione italiana) per illustrare la sua pagina sulla conferenza CITES del 13 -25 Marzo in Qatar.
La CITES è la convenzione internazionale che regola la protezione o il commercio di specie protette o in pericolo.
E’ scioccante vedere che due specie così legate alla storia sociale ed economica del nostro Mediterraneo siano incluse nell’elenco, ed è deprimente il dibattito che ne segue.
Il tonno e il corallo, e il loro millenario, faticosissimo sfruttamento sono stati l’icona della cultura del mare, fatta di rischi mortali, sacrifici inenarrabili premiati dalla prosperità (mai la ricchezza) di intere comunità. Le tonnare sarde e siciliane (e campane, calabresi) e le comunità di raccolta del corallo che facevano capo a Torre del Greco (a volte come vere e proprie “colonie”, nel senso greco o fenicio del termine) hanno contribuito a plasmare il Mediterraneo non meno delle guerre o dei movimenti tettonici.
E oggi, in una sola generazione, in cui i moderni mezzi di sfruttamento potevano assicurare il futuro ad uno stile di vita tradizionale, abbiamo saccheggiato senza ritegno risorse che erano inesauribili, e relegato nell’elenco dei tesori rari e minacciati i nostri stessi simboli di industriosità.
Questa foto del corallo ha una storia, una di quelle storie che non vengono scritte perchè troppo incredibili. Fu scattata a -62 metri, a Ischia, in compagnia di Francesco Germi, grazie alla barca di Roberto Sforza, ai consigli di Bruno Iacono, allo scalmo prestato da un pescatore, e soprattutto a Luca, che poco dopo perse una battaglia per la vita, per vincerne una più grande. Questa foto, con la speranza per il tonno e il corallo, e il futuro del nostro mare, è dedicata a lui.


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L’Anno della Tigre

L'anno della Tigre Un giorno come gli altri, un anno come gli altri, ma uno spartiacque per metà del mondo: il 14 febbraio 2010 mezzo mondo festeggia l’amore romantico in nome di “San Valentino” (tranne Sorrento che festeggia il suo santo patrono, Sant’Antonino), e l’altra metà del mondo entra in un nuovo anno: il 2010 è l’anno della Tigre, secondo lo zodiaco definito (superficialmente) “cinese”, che è invece comune a quasi tutta l’Asia orientale influenzata dalla cultura Han, dal Vietnam alla Corea, dalla Cina (ovvero ovunque ci siano cinesi, Taiwan, Singapore, Hong Kong, Filippine, Malaysia e le infinite “little Chinas” sparse per il mondo) alla Mongolia, ai regni himalayani.
La Tigre è uno dei cicli di 12 anni che compongono lo Zodiaco cinese, secondo il calendario agricolo basato sull’osservazione dei cicli lunari. Ogni anno è associato ad uno dei cinque elementi, metallo, acqua, legno fuoco, terra: il 2010, anno della Tigre, è associato al Metallo. La Tigre è un simbolo di forza, di positività e fiducia in sé stessi, di sicurezza dei propri mezzi, che rischia ad ogni passo di sfociare nella superbia che porta alla caduta. Ma in momenti difficili, la forza della Tigre aiuterà a prendere decisioni difficili e coraggiose, che possano trasformare ogni crisi in un’opportunità di rinascita e successo.
Buon anno della tigre! :o)


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Memoria?

Bosanska Krajina Il 27 gennaio è il giorno della “memoria”. Quale?
Chi ricorda? Cosa?
La generazione che assisté all’orrore ne fu segnata, indelebilmente, ma il sentimento dominante non fu il disgusto, la repulsione, o l’odio.
Fu la vergogna.
La consapevolezza di aver lasciato, anche in minima parte, anche nella totale impotenza di persone comuni, anche nei piccoli gesti eroici che salvarono vicini o sconosciuti, che accadesse una vergogna che macchiò indelebilmente l’intero genere umano.
I tedeschi che videro una minoranza forsennata impossessarsi del loro nome e del loro paese, e poi dell’Europa, prima aggrappandosi alla speranza sempre più esile che prima o poi si sarebbero fermati, e poi abdicando alle ragioni dei nuovi padroni, “è per il bene superiore”, “qualcosa devono pur aver fatto”, si accontentarono che non toccasse a loro, dei piccoli vantaggi, delle parate luccicanti, delle versioni ufficiali.
E oggi che le insegne dei lager vengono rubate o esibite come souvenir, che continui pogrom e “notti dei cristalli” (che nome epico da dare ad una notte di furti e rapine organizzate da bande di strada!) macchiano per sempre quello che era un paese di emigranti, e anche nei suoi momenti più oscuri non perse l’umanità, le scolaresche vanno in gita nei campi della vergogna, le bustine di zucchero riportano barzellette, e gli Streicher nostrani avvelenano gli animi, e si affannano a trovare giustificazioni moraliste per chi semina odio e fomenta l’ignavia. Non resta molto per superare la barriera del tempo e della storiografia.
Ma chi voglia farlo, può percorrere la strada che da Bosanski Brod porta a Banja Luka.
Un giorno, dopo anni di “innocua” e ridicola propaganda televisiva, una minoranza invasata si è appropriata del nome di una cultura e di un popolo minacciato nella sua identità, ha usato ferite ancora aperte per giustificare quelli che erano i vicini invidiosi, i dipendenti scontenti, i padroni di casa antipatici, li ha armati, e li ha invitati a sterminare, stuprare, uccidere, espellere quelli che non gli piacevano perché di una “razza” diversa, e quindi ostile.
Le case degli sconfitti sono ancora lì, saccheggiate, smontate, marchiate e poi bruciate, e i campi incolti, ancora seminati di mine.
La Giornata della Memoria non mi fa pensare ai campi, agli stabilimenti industriali della degradazione e dello sterminio che ne furono l’ultima fase. Mi fa pensare all’inizio, a quando nessuno di quelli che si chiudevano dentro e si tappavano le orecchie avrebbe potuto immaginare fin dove si sarebbe arrivati. E che è successo ancora, e che riconoscere i sintomi debba servire a non farlo accadere mai più.

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Un altro anno: screensaver 2009

Immagini dallo screensaver DIGISEA 2009 Questo 2009 è stato un anno intenso e interlocutorio, difficile ed entusiasmante. Tra un passaggio ed una festa, abbiamo continuato a seguire storie di barche e di presepi, ricordato vecchi racconti e scoperto nuovi misteri , ascoltato grida d’aiuto e canti tradizionali, scoperto la storia di relitti recenti e navi antiche. Cercando il significato di antiche rovine e di moderne passioni, abbiamo avuto soddisfazioni inaspettate da altri cercatori di storie e da custodi della Storia. Ci siamo affacciati ad altre finestre e trovato nuovi modi di presentarci, e ancora una volta guardiamo al passato per trovare la strada verso un futuro migliore.

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Storie di presepi

Storie di presepiIl Natale è una festa così radicata nell’immaginario di ognuno, da ispirare una vera e propria mitologia. E’ forse la prima festa che si impara a celebrare da bambini, prima e più del compleanno, accompagnata da rituali luccicanti e immutabili, e da misteri che i più piccoli, come non iniziati, non possono comprendere. L’uomo del presepe, il capofamiglia o lo zio abile che inventa soluzioni per la città in miniatura, ha un fascino che continua a colpire anche dopo che i “misteri” del natale si rivelano posticci. La tradizione del Presepe Napoletano, poi, col suo retaggio di Sovrani mai dimenticati e presepi degni del palazzo di un re, affascina da secoli senza perdere vigore, anzi, attraendo sempre più interesse con la riscoperta delle radici.
La figura di un moderno Maestro di arte presepiale è al centro di Storie in video, immagini e un racconto.

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… e buon Natale a tutti!

Buon Natale!

… e se la celebrazione dell’allegria compulsiva serve a restare in contatto con i vecchi amici, a rinsaldare le amicizie, a salutare i parenti e rendere felici i bambini, allora anche questo Natale avrà avuto il suo significato. Auguri a tutti!

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“… lo scopo non è trovare soggetti diversi, ma trovare soggetti che rendano diverso il fotografo…”

COSA facciamo
Un riassunto di quello che abbiamo fatto o che ci piace fare: temi e obiettivi delle nostre storie, foto o video.

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“… con un piccolo aiuto dai miei amici…”

CHI siamo
… e gli amici che compongono DIGISEA. Quelli che hanno partecipato a vere e proprie avventure, quelli che hanno seguito lealmente ogni lavoro e ogni difficoltà, chi ha lavorato e chi si è divertito: la prossima volta sarà ancora meglio!

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“… dei sogni, che porta con sè dal mare infinito…”

CHI sono
Una nuova presentazione della mia biografia, in 15 immagini…

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“…navigando sul mare colore del vino, verso genti straniere…”

dove siamo stati
Una nuova presentazione dei posti e paesi visitati, fotografati o descritti sui siti DIGISEA.

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Viaggio nella Storia

Orizzonti e StoriaAd ogni tesoro dal passato, dissepolto o restituito dal mare, il primo pensiero è sempre una domanda: perchè?

Perchè ricompare adesso, perchè viene notato da un passante o un contadino, e non dai ricercatori più tenaci, cos’era, cosa ha significato per persone come noi di cui non resta neanche il ricordo?

E soprattutto, perchè viene considerato prezioso?

Perchè è “bello”? Ma oggetti di uso comune, o addirittura scritture, oggi vengono considerati  espressioni artistiche. La domanda si sposta di un rigo, ma non riceve risposta. O perchè “La Storia è Maestra di Vita?” Se questa non fosse solo una delle illusioni di Cicerone, allora in quasi 5000 anni di Storia registrata saremmo stati dei miseri studiosi…

Ma forse la risposta è nei frammenti di marmo, di città, di vita comune: perché ciascuno è un frammento di puzzle, che ci aiuta a capire come eravamo, e soprattutto perché siamo diventati così.

E’ impossibile capire Picasso senza vedere Van Gogh, non si può comprendere la geografia della Francia senza conoscere Napoleone, ed è difficile immaginare il pensiero di Napoleone senza Cesare, o Annibale, o Alessandro.

Guardiamo indietro perché non vediamo avanti: la paura di chiudere gli occhi e addormentarsi senza sapere cosa ci sarà dopo il buio, che fa desiderare una storia, “di tanto tempo fa”, che ci permetta di sognare il futuro come la continuazione del passato.

Ogni Storia, ogni frammento del passato, è un tesoro, perchè è un frammento di noi stessi, e una proiezione nel presente di chi è passato prima di noi.

Come sempre, la vera risposta è dentro di noi.

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CHO

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La tradizione artigianale italiana, quando unita alla moderna passione per i motori e la competizione, ha prodotto pagine leggendarie nella storia degli sport motoristici. In un’era industriale di produzione di massa, ritagliarsi degli spazi personali di creatività e ingegno era una esigenza quasi naturale per chi aveva la fantasia di un’idea e la capacità manuale di realizzarla.

Oggi un ragazzo chiuso in un garage che lavora su una vecchia moto per prepararla alle gare è un’immagine classica del mondo dei motori.

E le gare Supermoto hanno offerto spazio e soddisfazione a migliaia di appassionati che non si sarebbero accontentati di assistere come spettatori alle imprese di campioni di grandi case con immensi budget.

CHO era uno di quei ragazzi chiusi nei garage, che ne uscivano solo per andare a sgomitare su piste in località remote, tirandosi dietro le moto da corsa su carrelli sgangherati.

Ma quando alla passione e alla fantasia si sono aggiunti competenza ed esperienza, e le modifiche alle moto di serie sono state fatte con parti di prima qualità, a volte disegnate e realizzate ad hoc, il vecchio garage è diventato un laboratorio, e l’appassionato un professionista che realizza pezzi unici richiesti da mezza Europa.

E come sempre, quando i giganti diventano troppo grossi per essere alla portata della gente comune, nel sottobosco ha messo radici ed è cresciuta una nuova impresa, realizzata da una singola persona con le idee e la volontà di realizzare una cosa bella, una moto da corsa su misura per le proprie emozioni.

Il mito degli artigiani dei motori si ripete.

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La Tomba Perduta

La Tomba PerdutaLa Storia segue strani percorsi, e si lascia dietro angoli bui.

La costruzione di una strada, un cambiamento di gusti o di mode, una diversa convenienza economica determinano l’abbandono di usanze, e anche luoghi, che erano sembrati immutabili.

In uno di questi angoli morti della Storia, ormai nascosto e irraggiungibile, un cunicolo quasi invisibile scavato nella roccia tufacea, reca l’inconfondibile marchio di una sepoltura.

Un marchio comune nelle cave di un tempo, dove uomini e ragazzi svolgevano un lavoro durissimo e pericoloso, e gli incidenti mortali venivano ricordati con date e croci incise nella roccia.

Ma stavolta è diverso: il cunicolo, troppo piccolo per essere una cava, conduce ad una camera sotterranea, coperta di terra.

I documenti scritti non ne parlano. Quelli che potevano averne memoria, non ci sono più. Nessuno passa più di là, ammesso che sia possibile.

Forse il cunicolo conteneva una fossa comune, come quelle delle vittime della peste, forse era una sepoltura temporanea, o forse fu abbandonata con l’istituzione dei cimiteri. Non lo sappiamo ancora. Ma le ricerche continuano.

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Il gabbiano pescatore

Un gabbiano còrsoUna colonia di 12 gabbiani còrsi (Ichthyaetus audouinii) si è stabilita in Penisola Sorrentina, nel territorio dell’ Area Marina Protetta “Punta Campanella”.

Che io sappia, è l’unica colonia di questi timidi uccelli marini in Campania.

Il gabbiano còrso, dal caratteristico becco rosso e le zampe verdastre, è praticamente l’unico dei gabbiani che si cibi esclusivamente di pesce, pescandolo con i proprio mezzi e non sottraendolo opportunisticamente ad altri predatori.

Il fatto che una specie così rara e particolare si sia adattata ai rumori, al traffico di barche, all’antropizzazione e riesca a nidificare e a pescare, in un momento così triste per il nostro mare, è un bel segnale di speranza, e di incoraggiamento.

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