Tanto tempo fa, nel 1936, un giovane ufficiale di Marina fu richiamato in guerra.
La guerra era una vergognosa, ingiustificata aggressione ad una povera nazione africana.
L’ufficiale disprezzava il governo che aveva portato il suo Paese in Guerra, ma era la sua patria, e lui aveva giurato di servirla. Lui come molti altri non sentiva quella guerra come particolarmente ingiusta, come in effetti era, perché era un figlio dei suoi tempi, e gli era stato insegnato che le Potenze Europee facevano guerre in Africa per diffondere la Civiltà. Servì con onore su navi da guerra, scortando carichi di armi e truppe che avrebbero devastato le terre d’Etiopia, in una disonorevole guerra coloniale in tempi di decolonizzazione. L’Impero Britannico veniva scosso dalla immensa forza morale di un piccolo uomo indiano, calvo, con gli occhiali e mezzo nudo, ma non si prese nemmeno la briga di vietare il passaggio di Suez alle navi degli aggressori.
Così la nave dell’ufficiale non sparò un colpo, e lui poté presto tornare alla sua già numerosa famiglia.
Ma solo per poco: quattro anni dopo, lo stesso ufficiale, di nuovo richiamato in Marina, era appena uscito da un rifugio dopo un terribile bombardamento a Tobruk, quando un’ordinanza gli porse un telegramma.
Non avrebbe voluto essere là. Per la terza volta in cinque anni, il Paese era in guerra: il regime che odiava si era alleato con i barbari nazisti, e lui aveva capito subito che sarebbe stata la distruzione del suo paese.
Ma quando lesse il telegramma, la Guerra Mondiale perse ogni importanza, perché lui era appena diventato padre per la quarta volta. Si guardò intorno, vide le devastazioni dei bombardamenti, le navi affondate nel porto, e promise mentalmente alla figlia appena nata e alla moglie che amava che sarebbe sopravvissuto.
Dopo esserci riuscito, poté capire gli orrori e le menzogne delle guerre in cui era stato coinvolto. Maledì il regime che aveva macchiato il suo orgoglio d’ufficiale, mandandolo a saccheggiare l’Etiopia e a schiacciare la democrazia in Spagna, e si sentì segretamente colpevole per il resto della sua lunga vita, immaginando che bombe e proiettili all’iprite che avevano ucciso e mutilato uomini, donne e bambini etiopici erano stati scortati dalla sua nave per un passaggio sicuro nel Mar Rosso.
Mezzo secolo e due decenni dopo, ero su un altro campo di battaglia.
La guerra era finita, ma continuava a far danni, come un proiettile vagante. Il campo di battaglia era una città talmente ricca di culture diverse che gente che non ne aveva nessuna aveva tentato di distruggerla per renderla “pulita”. E dieci anni dopo, la gente in città faceva di tutto per dimenticare. I bar e i locali notturni erano pieni, e tutti sorridevano troppo.
Solo, sulle porte dei bar strani adesivi vietavano di portare pistole dentro, e nelle discoteche I buttafuori invitavano gentilmente a lasciare “tutte le armi” al guardaroba. Nessuno sopra i dieci anni, mai, camminava su un prato. Poi, di notte, in periferia, capitava di sentire e vedere fucili d’assalto sparati in aria, e nuovi graffiti sui muri crivellati promettere nuove “pulizie”, o vendetta per quelle vecchie, e i nomi dei signori della guerra ancora in fuga bastavano a spegnere i sorrisi, e attirare strani sguardi da sconosciuti.
Sarajevo non era una città serena, molto tempo dopo la fine della guerra.
Come sempre, dopo ogni guerra, alcuni erano diventati ricchi, molto ricchi. Altri, la maggior parte, si sforzavano di non sembrare poveri, ma alcuni lo erano tanto da non tentare nemmeno di fingere.
I Rom si incontravano ovunque: nelle strade eleganti a chiedere e elemosinare, nelle periferie a vivere in baracche, e nelle zone residenziali andando da un cassonetto all’altro, spesso tirando un carrettino, in cerca di qualsiasi cosa fosse ancora usabile o vendibile.
E poi c’erano i bambini.
Bimbi piccolissimi, che piangevano o cantavano improbabili canzoni popolari, o giocavano con fisarmoniche scassate grandi quanto loro, in ginocchio sui marciapiedi, spesso sotto la pioggia, supplicavano per monetine che raramente arrivavano.
Ero là per fotografare la vita di una città che rinasceva dopo un assedio di quattro anni. Li fotografai senza tregua, sfidando le maledizioni degli adulti che li sorvegliavano.
La leggenda vuole che i fotografi rubino l’anima dei loro soggetti, e certo mi sentivo un ladro.
Ogni volta che ho guardato quelle foto, mi sono chiesto cosa fosse stato di quei bimbi. Essere fotografati non gli ha arrecato del male, ma purtroppo neanche niente di buono.
Oggi, 75 anni dopo la storia dell’ufficiale di marina, le foto che ho scattato ai piccoli Rom a Sarajevo, e ai bimbi di strada a Istanbul, fanno parte di una mostra fotografica in una galleria d’arte a New York. Il ricavato sarà devoluto alla fondazione “Artists for Charity”, che lo userà per curare e far studiare bambini sfortunati nel loro orfanotrofio di Addis Abeba, in Etiopia.
Riposa in pace, caro vecchio capitano: tutti i debiti vengono pagati.
“Born Brave”, dal 15 al 20 Febbraio 2011, alla Ouchi Gallery, 170 Tillary Street, Suite 507, Brooklyn, New York City, NY.
