Le prime navi
5000 anni fa, un popolo di avventurieri si stabilì sulle isole del Mare Egeo che un giorno si sarebbero chiamate Cicladi, per la loro distribuzione “circolare”. Sappiamo molto poco di loro, e molto di quello che sappiamo è fonte di misteri. Sappiamo che avevano un gusto artistico straordinariamente moderno, e che questo ha provocato il saccheggio dei siti archeologici e il collezionismo selvaggio dei loro manufatti, che ha reso i misteri forse irrisolvibili per sempre.
Sappiamo che usavano dei bizzarri oggetti, le cosiddette “padelle”, ma non sappiamo a cosa gli servissero. Un contenitore circolare di terracotta, finemente decorato, che certo non era a contatto col fuoco. Sul retro, tra le decorazioni, una forma inequivocabile, anche se solo abbozzata: quella di un’imbarcazione, non ancora una nave, ma con a bordo anche 50 rematori. Gli abitanti delle Cicladi, legando insieme tavole di legno, lavorate con i primi arnesi di bronzo, o di rame, poterono costruirsi delle piroghe non più limitate dalle dimensioni, dal peso o dalla rigidità di un unico tronco d’albero: non più delle piroghe, dunque, le prime “barche” di una civiltà marittima.
Non sappiamo quasi niente di quelle imbarcazioni: pochi disegni abbozzati, testimonianze successive e una sorta di reingegnerizzazione dall’iconografia delle civiltà marittime successive, ci portano ad immaginare una struttura di tavole cucite strettamente insieme, che imbibite d’acqua raggiungono una tenuta quasi stagna, un’estremità alta sul mare con una scultura totemica o apotropaica, e un’altra che presenta quello che sembra uno sperone, più probabilmente un pattino per facilitarne l’alaggio. Ma non abbiamo idea di come tenessero il mare, se usassero remi o pagaie, nemmeno quale fosse la prua o la poppa. Esiste però un modo per scoprirlo…















Ad ogni tesoro dal passato, dissepolto o restituito dal mare, il primo pensiero è sempre una domanda: perchè?


