La stanchezza di un’attesa di 16 anni nell’immagine di un vecchio dalla barba da Santa Claus, feroci didascalie che ricordano esecuzioni, genocidi, guerre finite e infinite, e l’attesa di una cattura che non arrivava mai.
Dopo una caccia serrata come una partita di softair, vedere un vecchio “in catene” non aiuta le vittime e non spaventa i carnefici.
Non sono i mausolei, a Srebrenica o a Sarajevo, o le infinite tombe sconosciute nelle montagne di Bosnia, e nemmeno i sopravvissuti, bambini a cui assedi e guerre hanno rubato l’infanzia o i parenti, ad accusare Karadžić. Non sono i suoi complici dalle mani insanguinate, ancora indisturbati.
Sono le parole, pronunciate e mai dimenticate, le tranquille e gelide opinioni di uno psichiatra di provincia che proclamava di difendere l’identità del suo popolo, e seminava le ragioni dell’odio che avrebbe armato criminali e tagliagole, e ancora avvelenano il dialogo democratico. Sono le sue dita, che mimano le virgolette alle parole “pacifiste”, il suo sorriso scaltro quando commenta il trattamento che “i suoi” diedero al corteo dove morirono Suada Dilberović, Olga Sučić e gli altri, in quel primo giorno sul ponte di Vrbanja, ad accusarlo.
E a condannarlo, con l’inappellabillità che nessun tribunale potrebbe garantire. Un carnefice che soffre non diventa una vittima, sconta solo la sua pena.