Chi influenza il testimone…?
Fotografare artigiani al lavoro, pescatori, contadini, custodi di tradizioni più antiche della loro memoria, significa spesso raccogliere testimonianze irripetibili.
Ma la sola presenza del fotografo è sufficiente, a volte, a falsare i comportamenti e le abitudini, e la testimonianza perde valore. Chi lavora con le mani, chi ha imparato un mestiere da apprendista, conquistando in migliaia di giorni di lotta la padronanza della sua “arte”, consapevole di essere un maestro senza discepoli, la cui conoscenza sarà perduta, ha una strana timidezza, il pudore di chi sa di non poter essere compreso. La discrezione, la delicatezza, e soprattutto l’umiltà degli apprendisti, possono ottenere molto più della maestria da grande fotografo.
Ma poi irrompono storici orecchianti, sapienti teorici, tuttologi che “si dilettano” nel tempo libero, e spiegano agli umili che “non si fa così”. Hanno sentito dire, letto sui libri dei loro amici, scritto nei libri che si sono pubblicati e hanno presentato agli stessi amici, che le cose erano diverse. Errori e approssimazioni si stratificano, diventano a loro volta fonti, e avvelenano per sempre la conoscenza, che si perde in un groviglio inestricabile di dotte panzane. E così, i pescatori scillesi che da secoli distinguono pesci spada maschi e femmine, smettono di farlo, perché “chi ha studiato” ha spiegato loro che i pesci spada “non hanno dimorfismo sessuale”, gli hare moa di Rapa Nui erano “i pollai” degli indigeni, Alimuri è il posto dove “Alì morì”, e magari un sig. Russo è un discendente perduto di Rousseau, anzi, di “un boiardo di Moscovia,…, anziché il figlio di un cafone di pelo rosso…”
Gli artigiani rimangono soli, nelle loro botteghe deserte, senza apprendisti, e continuano a fare quello che hanno sempre fatto, senza testimoni. Recitano felici la parte che viene loro richiesta davanti alle telecamere di inviate televisive scosciate, per qualche minuto, e poi tornano nell’ombra.
E aspettano la morte di un altro pezzo di storia…
