Archive for Maggio, 2009

Il grido delle tartarughe

Il grido delle tartarughe

Il mare e le sue creature sono, stando a quello che si dice, tra gli elementi più amati e sognati da tutti.

Le tartarughe marine colpiscono l’immaginario collettivo come gli orsi di peluche: tutti le amano, desiderano vederle, accarezzarle, nuotare con loro, solo i cetacei sono più in alto nella classifica dell’affetto verso gli animali marini.

Eppure, pochi animali sono più minacciati e perseguitati delle tartarughe, e la beffa è che la persecuzione non è volontaria, come quella degli “squali”, ma indiretta.

Ami destinati a tonni e pesci pregiati, reti a strascico, derivanti o da posta, sacchetti di plastica, eliche, infezioni dovute a scarichi inquinanti fanno strage dei rettili più amati del mondo.

La professionalità e l’assiduità dei centri dove chirurghi e biologi operano gli animali feriti non sarebbe sufficiente a salvare quelle poche tartarughe ritrovate ancora vive, se non ci fosse la collaborazione dei pescatori, dei diportisti, dei semplici bagnanti, e dei volontari che raccolgono gli esemplari e li trasportano ai centri di recupero.

La rete Tartanet è costituita da volontari che si incaricano di sensibilizzare la gente del posto, cominciando dalle scuole e dalla gente di mare, oltre che di collaborare nel modo migliore con i centri specializzati come la Stazione Zoologica “Anton Dohrn” di Napoli .

Un centro Tartanet è a Massa Lubrense, ospite dell’”Area Marina Protetta ‘Punta Campanella’ “, chi ha la “fortuna” di trovare una tartaruga marina in difficoltà può fare qualcosa, chiamando i numeri 3349915046 o il numero verde nazionale 800904841

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“Thalassa”

Thalassa ad AlimuriQuando cominciò la Storia di una barca, la scommessa fu di non limitarsi a fotografare un artigiano al lavoro come in altri tempi, ma di “pubblicizzare”, nel senso di “rendere pubblica”, l’intera storia della nascita di una barca in legno.

Molti fotografi si appassionano alle barche classiche, e i circuiti di regata e di restauro hanno assunto aspetti frenetici, a volte francamente sconcertanti.

E’ bello vedere equipaggi gareggiare e sfidarsi su barche storiche, restaurate nei minimi dettagli, ma fa un po’ impressione vederli in foto “artisticamente” ritocccate per sembrare foto d’epoca. Oppure, come in tante foto di cantieri, vedere artigiani che “lavorano” in posa con strumenti d’antiquariato.

Quando ho cominciato a fotografare e filmare la costruzione del gozzo “Santa Maria del Lauro”, invece, volevo soprattutto raccontare una storia: scoprire perchè un ragazzo di Meta, figlio di carpentieri, abbia sempre lavorato solo su barche in legno, e improvvisamente, quasi suo malgrado, decida di ricostruire la barca del nonno di suo padre. Divulgare le immagini e le difficoltà di quella che è diventata una ricerca di tecniche e metodologie mai sorpassate, ma tornate prepotentemente di moda proprio con i restauri di barche classiche, è stato possibile grazie alla passione di Michele Cafiero,  alla maestrìa di suo padre e ai mezzi offerti dal web e dalla fotografia digitale.

La storia si è rivelata così avvincente che anche “Thalassa”, la storica trasmissione di mare di TeleFrance3, ha deciso di raccontarla. Come le storie di mare di un tempo, riprese mille volte di porto in porto, sminuite o esagerate di taverna in taverna, la storia di Antonio e Michele Cafiero, e del gozzo a vela latina “Santa Maria del Lauro”, si diffonde sul mare.

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